giovedì 3 aprile 2008

SPECIALE ALEX DE LA IGLESIA


Il signor Alex De La Iglesia nasce il 4 dicembre del 1965 a Bilbao. Già dalla tenere età, dai dieci anni circa, inizia a coltivare la sua prima grande passione, il fumetto. I suoi idoli e padri spirituali sono Alex Raymond, Stan Lee e Vázquez. Voleva però ampliare la sua cultura e così di iscrive all’università di Deusto dove, secondo quello che racconta divertito, ha passato la maggior parte del tempo tra il bar e la cineteca, a quanto pare la passione per il cinema non tardava a farsi sentire. Maturata la decisione di dedicarsi al mondo della settima arte prova ad introdursi in esso lavorando per la televisione, inizia come decoratore e si occupa tra le altre cose della direzione artistica di alcuni prodotti di successo. Da quel momento il balzo per entrare nel mondo del cinema è sempre più vicino.Nel 1991 gira il suo primo e unico corto da regista e sceneggiatore, si tratta di MIRINDAS ASESINAS, il quale riscuote un notevole successo aggiudicandosi anche alcuni premi girando per vari festival. Ma la cosa importante è che con questo corto il già famoso Pedro Almodóvar nota il talento del giovane regista e decide di investire in lui. Alex De la Iglesia aveva già in mente il suo secondo corto, si sarebbe chiamato PIRATAS DEL ESPACIO e la sceneggiatura era di Jorge Guerricaechevarría, futuro collaboratore del nostro negli anni a venire. Almodóvar, con la sua casa di produzione EL DESEO, decide di produrre il progetto a patto che sia un lungometraggio. Detto fatto il corto viene sviluppato fino a diventare un film vero e proprio e nel 1993, col titolo di ACCION MUTANTE, abbiamo l’esordio vero e proprio di Alex De la Iglesia. Il film riscuote successo e riceve 3 Premi Goya, viene premiato al Festival del Cinema Fantastico di Montreal. Diventa quindi il regista più promettente dell’anno! Con il secondo film EL DIA DE LA BESTIA il registra trionfa! Ottiene ben 6 Premi Goya, tra cui quello alla Miglior Regia, grandi applausi si sentono da critica e pubblico nei festival di Venezia, Toronto e Sitges e oltre ai riconoscimenti il film rappresentare il maggior incasso ai botteghini di quell’anno in Spagna. Il successo di questo capolavoro segna l’inizio di un periodo di crisi e per risolvere il problema gira un film, PERDITA DURANGO del 1997, un po’ fuori dai suoi canoni, visto che lo gira in America e si tratta di una sorta di road movie, con risultati oltretutto più che buoni. Dopo aver cambiato aria per un po’, Due anni dopo, nel 1999, gira il suo secondo capolavoro, una toccante e drammatica epopea dal titolo MUERTOS DE RISAS che vede una delle migliori interpretazioni di Santiago Segura, attore che Iglesia utilizza più volte nei suoi film. L’hanno seguente, siamo nel 2000, è la volta de LA COMUNIDAD, tragicommedia a toni grotteschi che sbanca i Premi Goya, da questo momento in poi il regista inizia a diventare produttore di se stesso, creando la PANICO FILMS attraverso la quale girerà 800 BALAS, una sorta di omaggio allo Spaghetti Western, ma pieno di sorprese. Con CRIMEN PERFECTO del 2004 si torna allo humor più nero, siamo sulle atmosfera de LA COMUNIDAD. Attualmente è uscito OXFORD MURDERS, film girato tra Londra e Oxford con Elijah Wood come protagonista. Alex De La Iglesia ama definirsi un ragazzino che non è mai cresciuto, nel senso che ama fare le cose che faceva da ragazzo come collezionare fumetti, guardare serie televisive e ridere e scherzare con gli amici. Non a caso mantiene un rapporto stretto con i suoi fans ed è una persona molto alla mano. La sua filosofia riguardo al girare un film è la consapevolezza che qualsiasi lavoro andrebbe apprezzato e dovrebbe essere un piacere svolgerlo. Durante le lavorazioni dei suoi film è sempre molto premuroso nei confronti degli attori e di tutta la troupe. Si preoccupa che tutti siano a loro agio, si lavori di comune accordo e che il lavoro, sebbene a volte i ritmi siano feroci, risulti il più leggero possibile. In questo modo e con questo ambiente si ottiene di più oltre che da se stessi anche dagli altri. Nel suo stile personale ed estremamente originale si intravede quasi sempre un’anima grottesca, alcuni personaggi e situazioni si possono situare nel genere caro al nostro Marco Ferreri. In film come LA COMUNIDAD assistiamo a messe in scena che sono molto vicine a quelle del teatro, non a caso la collaborazione con Carmen Maura, bravissima attrice di teatro oltre che di cinema, inizia proprio con quel film. Iglesia non si tira mai indietro, è molto critico e spesso mostra cose molto forti in maniera naturale, ossia rendendo l’impatto brutale facendole apparire cose quotidiane e insite nei nostri costumi sociali. Caratteristiche come le manie di vario genere, la sopraffazione, addirittura la pedofilia viene accennata in maniera incisiva, come in PERDITA DURANGO ad esempio. Il regista di origine Vasca è dispettoso, nei suoi film infila dentro dei veri e propri capricci visivi che rendono il suo stile unico e molto raffinato, stupefacente e mai fine a se stesso o scontato. Alex De La Iglesia ha l’arte di stupire senza sforzarsi a farlo, nel senso che mette in scena paradossi senza il benché minimo sforzo, in maniera naturale. Lo humour è più che presente nelle sue opere, sebbene si tratti di humour del più nero, ci si trova a ridere durante atrocità e situazioni al limite dell’umano, in cui i sentimenti diventano contrastanti creando un’atmosfera del tutto peculiare. La sua filmografia è un viaggio nella natura umana e negli istinti umani che rappresentano “l’altra faccia” di ogni persona, ogni essere è una sorpresa e il mondo è estremamente vario, reale e proprio per questo osservabile da infinite angolazioni. Anche la persona più semplice o apparentemente inutile viene ritratta accuratamente sebbene per pochi attimi, e diventa la rappresentazione di una delle molteplici realtà in cui viviamo, tutti, nessuno escluso. Sono spesso i personaggi di secondo piano ad avere le caratteristiche più ferocemente peculiari nei film di Alex, anche un semplice dispensatore di volantini per la strada può avere una grande importanza, come quello all’inizio di EL DIA DE LA BESTIA, personaggio che si vede per pochi secondi ma attraverso poche parole e movimenti ci comunica lo stress e la malinconia della società moderna in una maniera inequivocabile. Alex De La Iglesia è giovane e ha molto cammino davanti a se nell’ambito della settima arte, con grande curiosità le sue opere vengono attese ogni anno dai suoi fedelissimi fans e non solo.


2007 - Oxford Murders - Teorema di un delitto

2004 - Crimen perfecto

2002 - 800 Balas


2000 - La comunidad - Intrigo all'ultimo piano

1999 - Muertos de Risa

1997 - Perdita Durango

1995 - El dia de la bestia

1993 - Azione mutante


a cura di Davide Casale

venerdì 18 gennaio 2008

ROB ZOMBIE'S HALLOWEEN SPECIAL



I, Zombie - Duplicating

Nella miseria abbandonata tra le macerie dell'horror americano, l'opera cinematografica di Rob Zombie è arrivata come la stella oltre le stelle, come aspettativo di ciò che, secondo le ragioni del tempo, diventa culto. Pochi hanno fatto in vita quello che ha realizzato Rob. Una carriera musicale che sovverte completamente le regole con una proposta inedita che farà scuola, i White Zombie, e che palesa molta della passione cinematografica del bizzarro cantante, collaborando spalla a spalla con leggende come Alice Cooper, i Kiss e Ozzy Osbourne. Una carriera di fumettista insieme a Steve Niles che fa parlare di sé grazie a proposte interessanti come The Nail e Spookshow. Un flirt con il cinema grazie a numerose apparizioni su colonne sonore di successo e la regia di tutti i video musicali della sua carriera con la vittoria di un MTV Awards. Le mire erano chiare e facendosi strada a graffi e a morsi Rob riesce a rendere corporei i suoi “incubi di stricnina”. House of the 1000 Corpses rappresentava una continuity sul fil rouge di quel delirio fumettistico-weirdo-citazionista che era la musica dei White Zombie e consequenzialmente della carriera musicale solista di Rob, in un fulgore di colori polposi che si riflettevano sulle deformità bizzarre delle creature che popolano il suo mondo. Una proposta interessante e apprezzata dai più che però viene spazzata via dall'opera seconda, quel The Devil's Rejects che rivelò qualcosa di più di un mestierante attento e visionario. Un lavoro maturo e scevro da tutti quei divertissement infantili che rivelavano un lato molto più furioso e ribelle del rocker newyorkese, avvolgendo nel mito le vite delle tre implacabili figure principali, costringendo lo spettatore ad un pesante compromesso morale. The Devil's Rejects arriva in maniera shockante nella percezione degli appassionati del genere che avvertono nell'autore una maturità ed un potenziale tale da poter regalare opere di spessore sempre maggiore. L'attesa per il nuovo progetto di Rob Zombie diventa febbrile subito dopo aver assimilato il colpo di The Devil's Rejects e arriva come un fulmine a ciel sereno la notizia che, invece di una sceneggiatura originale e più autoriale, il regista decide di rifare la storia di Halloween di John Carpenter. Vediamo perchè.

Devilman – running in my Head

L'impossibile massa di rifacimenti che ha affollato le sale a causa di una grave penuria di idee(o di voglia di osare,piuttosto) da parte di Hollywood ha falsato, negli ultimi lustri, l'idea originale nel termine remake. Che siano vacue rivisitazioni di miti del passato come Texas Chainsaw Massacre di Nispel o Dawn of the Dead di Snyder, riappropriazioni illecite di culture asiatiche come tutto il filone dei remake del J-horror, oppure veri e propri suicidi commerciali come The Wicker Man, la sensazione di accumulo immotivato è talmente palese da creare immediatamente diffidenza nei confronti di operazioni del genere. In realtà dimentichiamo la vera natura del remake come omaggio e rielaborazione autoriale di un mito del passato. Riusciamo ad immaginare il sollevarsi di polemiche riguardanti alla produzione del Nosferatu di Herzog, o de La Mosca di Cronenberg o ancora, rimanendo in zona Carpenter, la sua personale visione de La Cosa? Nel discorso Halloween,il background musicale di Rob Zombie viene in aiuto per spiegare il suo approccio all’opera. Il regista/rocker fa una “cover” personale del cult di Carpenter, mantenendo gli stessi accordi ma accordando gli strumenti secondo i suoi tempi, adattand il pezzo al suo stile e rendendolo personale, come fece per I’m Your Boogey man, rifacimento assurdo di una canzone dei KC & The Sunshine Band. Rob Zombie è intenzionato ad accostarsi a questo tipo di progetti, sicuramente con coraggio, forse anche presunzione ed incoscienza, convinto di poter rielaborare in maniera totalmente diversa le vicende di un personaggio protagonista di una saga infinita ma soprattutto di un capolavoro intoccabile nell'immaginario collettivo. Dal canto suo, John Carpenter, afferma fieramente che tutti i suoi film sono passibili di rifacimento e diventeranno tali, quindi royalties a profusione e a buon rendere. L'Halloween di Rob Zombie nasce subito all'insegna delle polemiche, i fan stentano a crederci e il regista viene immediatamente attaccato, tanto che la sua inossidabile sicurezza, durante i mesi di lavorazione, comincia a vacillare. Il Myspace dell’artista diventa una specie di forum dove partecipa egli stesso, spesso nervosamente, e chiunque dice la sua. E’ interessante come il regista racconti di aver immediatamente rifiutato la proposta dei Weinstein Bros di fare un remake di Halloween, rinfacciandogli le stesse diffidenze che i suoi fan hanno poi lamentato a lui. Solo dopo diverso tempo e diverse proposte ha deciso di prendere il toro per un altro paio di corna. Non si spiega però il suo disappunto per il pubblico che ha inizialmente avuto le sue stesse reazioni. Rob spiega che farà un film diverso dove Michael Myers non è la macchina di distruzione che conosciamo ma ha uno spessore umano. Ed è solo vedendo il film che queste parole possono planare su un significato concreto. Per Rob Zombie il mito di Michael Myers assurge ad avere un significato talmente reale nella cultura popolare da poter essere considerato un personaggio realmente esistente, un icona oscura accostabile al concetto di morte violenta al pari di tanti serial killer realmente esistiti. Per quanto anche questi ultimi vengano idealizzati dalle masse come creature senza scrupoli né morale,dediti esclusivamente al concetto di omicidio, anche essi hanno percorso un doloroso cammino che ha portato all'abiezione nei confronti di amore ed empatia umana. Ecco come si arriva al punto di immaginare una infanzia per l'icona Michael Myers, "il male puro" incarnato nella carne, attraverso la celluloide.

More Human Than Human

Rob Zombie, per raccontare la triste esistenza del giovanissimo Michael, uno stupefacente Daeg Faerch alla sua prima interpretazione, si ispira alla miseria umana di Henry Lee Lucas e Charles Manson, due figure che non a caso sono alla base del personaggio di Otis nei film precedenti e
che,idealmente, potrebbe essere Michael da grande, senza gli anni di manicomio. Daeg è posseduto dalla parte, probabilmente pressato fino al limite del crimine per esprimere un tale male di vivere, un feroce rancore dietro il volto ancora androgino di un ragazzino sgraziato. Se c’è un vincitore assoluto in Hallowen, è lui. Un personaggio a parte, che pretende esistenza su dimensioni che vanno al di là del mito cinematografico. La frustrazione della sua fuga nei corridoi della scuola sul titolo del film ed il leggendario motivetto carpenteriano spinge la bile attraverso i vasi e diviene effige dell’opera. Inspiegabilmente però, Rob non calca troppo la mano contro il bambino e la sua infanzia non è sufficientemente terrificante per giustificare la sua trasformazione in serial killer. Si ha l'impressione di trovarsi davanti ad una serie di stereotipi annacquati ma soprattutto la parte di Sheri Moon, qui ancora musa di Rob Zombie, come madre di Michael ha un valore eccessivamente positivo per soddisfare l'economia della storia. Di contro, la realtà che circonda i personaggi è ancora più oscura e aberrante che nei film precedenti, le pareti sono sudice e vuote, i corpi nudi e straziati, persino il sangue è scuro e raggrumato nei film di Rob Zombie, una muta disperazione sfogata in una violenza che sembra essere necessaria.

We All Go Down for the God of the Moment

Per una impresa così ambiziosa (e rischiosa al limite dello spericolato) Rob Zombie recluta una squadra attoriale dalle qualità eccellenti. Una muta di cani di razza, quella di Halloween, che soddisfa il desiderio di lavorare con icone dell’ horror e outsider del cinema mondiale. Un parco attori da fare invidia a molti blockbuster in giro, non tanto per la popolarità dei nomi coinvolti ma per la loro qualità. Ritornano gli abituè del cinema di Rob, soprattutto da The Devil’s Rejects: la tripletta Sheri Moon,Bill Moseley e Sid Haig (questi ultimi in trasparenti camei) ma anche Leslie Easterbrook, Ken Foree e Danny Trejo, per una volta in una veste rassicurante, e soprattutto Tyler Mane che nei suoi due metri e passa di altezza diventa la lungocrinita nuova identità di Michael Myers. Accanto a loro Rob si toglie la soddisfazione di poter dirigere alcuni nomi che hanno fatto la storia del cinema di genere. Principalmente Malcolm McDowell è una scelta sapiente visto che l’attore aveva un po’ gettato via la sua carriera e quindi ridimensionato il suo cachè, rimanendo comunque l’illustre Alex De Large di Arancia Meccanica nell’immaginario popolare. Per sua stessa dichiarazione non influenzato dall’interpretazione di Donald Pleasance (McDowell assicura di non aver mai visto né Halloween né i suoi sequel) , il suo dottor Loomis è sicuramente molto più manieristico, concettualmente distante dall’icona di Carpenter, il medico/scienziato/stregone che si illude di sfidare il male. Differente il rapporto con Michael perché in primis è il paziente che è evidentemente un altro. Il Loomis di Pleasance è determinato nell’auto-infliggersi il destino di essere custode del male, che ha il dovere di contenere o imprigionare l’iniquità che si scatena per le strade attraverso Michael, senza speranza né redenzione. Il Loomis di McDowell è un personaggio più classico, che ha in cura un caso umano con cui matura un legame per amor di ricerca che diventa poi affetto e conoscenza intima, ha una coscienza dell’umanità di Michael che lo atterrisce di fronte alla sua brutalità. Il Dr Loomis è un perdente. A McDowell si uniscono alcuni volti noti del cinema horror e popolare in generale come Clint Howard, Dee Fallace, Richard Lynch e soprattutto un talento eccezionale come Brad Dourif, che nel film di Zombie sembrano prendere parte alla loro personale Hall of Fame.

See the Flesh Falling Everywhere

Non si sono sottolineate la presenze muliebri del film , Danielle Harris, Kristina Klebe e Scout Taylor Compton, la Laurie in carica, non per mancata celebrità ma perché interpreti esclusivamente nella seconda parte del film, dove le sorti si ridimensionano rispetto ad una prima parte importante. Una volta che la fuga di Michael inizia, Rob Zombie riporta il film sempre più vicino al suo modello originale o almeno apparentemente. Gli ultimi minuti di film rappresentano la parte più meramente slasher del film, dove lo stalking di Michael diventa sempre più mirato alla cattura della sorella ed a una illusione di riunione familiare. Probabilmente Rob Zombie lo negherebbe fino alla morte ma decide di dare ritmo alla pellicola conferendogli azione e iniziando un placido quanto imperterrito bodycount. Il che non è necessariamente un compromesso,, visto che era implicito che,a meno di non stravolgere completamente la storia, il film comunque parlasse di un assassino e quindi qualcuno doveva venire ammazzato. Quello che non torna,però, è la disumana esplosione di violenza di Michael, sopita per anni. E’ vero che Zombie ci ha mostrato la insensata ferocia del ragazzino ma ci ha infuso anche la sua umanità e la sua capacità di stasi dalla violenza. La trasformazione nella vecchia implacabile macchina di distruzione Michael Myers è fuori luogo e non trova giustificazione nelle scene di omicidio, pur ottimamente girate. Il film sembra avere un percorso personale, per il regista, solo per metà. Non c’è una vera e propria uscita e questo è dimostrato dall’indecisione su come decretare la fine di Michael. E’ molto facile, seppur legittimo, lamentare che l’infanzia di Michael non prevede traumi particolarmente shockanti da trasformare il biondo ragazzino nell’enorme furia distruttrice che vediamo nel finale. Anche volendo imputare una particolare sensibilità dell’animo del ragazzo, non c’è bisogno di esperienza clinica in psicanalisi per rendersi conto che nonostante tutto Michael poteva mantenere la ragione tenendo la madre, Sheri Moon, come punto di riferimento. Il fatto di ricevere amore incondizionato da parte della donna conferisce un motivo di contenimento dell’odio per il ragazzo. Rob Zombie ha mancato nel mettere la moglie nei panni di un personaggio negativo. Tuttavia, a detta del regista in numerose interviste, non c’è alcun collegamento tra la violenza di Michael e la sua penosa situazione familiare. Sempre dalle sue parole, che Michael sia nato in una famiglia povera o ricca, disagiata o felice non ha alcuna influenza, Michael è un reattore di furia omicidia che sarebbe comunque esploso, un natural born killer votato al male. Questo può essere anche ammissibile nelle intenzioni di Rob ma non traspare minimamente dal film, anzi allo spettatore viene suggerito il contrario. Meglio sarebbe stato dare a Michael un passato fortunato per poter biasimare il suo destino di sangue. L’ambizione di Rob di rieducare lo spettatore è lodevole ma tuttavia sprezzante perché contraria a regole che per ammissione lui stesso rispetta. Sintomatico dell’indecisione sul completamento dell’opera è il fatto che Rob Zombie , a breve dall’uscita nelle sale, sia tornato sul set a rigirare un paio di scene abbastanza centrali tra cui la fuga di Michael ed il finale del film. Questo ha determinato l’esistenza di due versioni del film, una è un workprint che è girato in rete, la cui diffusione non pare aver determinato il successo commerciale della pellicola, e una per i cinema, simile ma diversa. Senza naturalmente rivelare lo svolgimento dei fatti, sia noto che Rob Zombie ha potuto testare sulla sua pelle come la resa di una scena sullo script non ha lo stesso effetto sullo schermo. L’intenzione di Rob era quella di far ritornare in Michael l’essenza del mostro ancestrale, del Frankenstein da perseguitare, del King Kong abbattuto sull’Empire State Building, ma, come già detto, non si può lavorare esegeticamente per buona parte del racconto rendendo concreto, umano, “materico” il proprio personaggio per poi decidere di sgretolarlo come un pupazzo di creta. Questo è stato riconosciuto fallimentare anche dal regista che ha scelto una soluzione di ripiego forse ancora più improbabile. Soddisfatto o meno che sia come autore, Rob Zombie ha superato la sfida più ardua, quella del botteghino, sopravvivendo anzi uscendo vittorioso contro la diffidenza che lo aveva travolto all’inizio di questa avventura. La buona uscita da questo progetto ha un significato emblematico nella carriera di Rob che ha all’orizzonte un potere nei confronti di Hollywood molto superiore rispetto a prima. Quindi è solo il caso di aspettare il prossimo progetto che si auspica arrivi possa arrivare oltre le aspettative grazie all’esperienza di Halloween.

di Gianluigi Perrone

mercoledì 19 dicembre 2007

SPECIALE BLACK SNAKE MOAN


Un viaggio nel mondo del Blues attraverso le note di Son House...

You know, love's a hard ol' fall, make you do things you don't wanna do. Love sometimes make you feel sad and blue...


Ovvero "Sai,l'amore è come un duro colpaccio,ti fa fare cose che non vorresti fare. L'amore a volte ti fa sentire triste e disperato”. Parole di Son House che,chitarra in mano, apre su un filmato di repertorio Black Snake Moan con le basi della dottrina del dirty southern blues, il sound malinconico di coloro che vivono oppressi dalla povertà e dagli strazi del cuore. Quando niente è rimasto se non un lamento triste e una preghiera al Signore tutta la disperazione si trasforma in musica . Craig Brewer aveva cominciato la sua trilogia musicale con il fortunato Hustle & Flow,ambientato nel degradato ambiente dei reietti del ghetto di Memphis,tra un magnaccia che vuol diventare un rapper di successo e un gruppo di puttane senza speranza; la proseguirà con Maggie Lynn,dedicato al genere country. Per i territori sudaticci di Black Snake Moan (titolo mutuato da un pezzo di Blind Lemon Jefferson) non poteva che affidarsi alle ruvide e assolate piantagioni del Sud del Tennessee dove la comunità nera si riunisce in chiesa a cantare e sputare per terra e la massima aspirazione delle ragazze è farsi palpare il culo alla festa del liceo. Qui vive Lazarus,abbandonato dalla moglie,troppo in colpa per essere innocente,troppo vecchio per ricominciare,troppo solo per resistere al dolore. Qui (soprav)vive Rae,che aspetta il suo boyfriend partito in Afghanistan,in compagnia del suo "piccolo" problema di ninfomania,regalo lasciatole dal patrigno che abusava di lei. Anche Rae è sola e per questo cadrà,talmente in basso da rischiarci la pelle,fino a quando non la raccoglierà da terra Laz e troverà in lei il cammino per redimersi dal suo peccato.

Mmm, mmm, black snake crawlin' in my room


Leggenda vuole che Brewer non fosse per nulla convinto di dare la parte a Christina Ricci,la quale si era talmente innamorata del ruolo da affermare di voler lasciare la recitazione se non l'avesse ottenuto. Craig vedeva in Rae la semplice e stupidotta ragazza del sud modello Daisy Mae dei fumetti di Lil’ Abner,quindi rozza,mezza nuda e completamente svaporata,un personaggio che strideva con l'immagine di sofisticata dark lady dell'attrice californiana. A quanto pare però lei ha saputo conquistarsi i (pochi) panni di Rae tanto che si racconta di un provino eccezionale ed incredibilmente emotivo. Pochi giorni dopo Craig Brewer incontrò Christina in un bar e le regalò una scatola che conteneva la catena argentata che l'attrice avrebbe indossato durante il film. Un tributo alla sua devozione per la parte. Non ci sono dubbi ,la scelta fu azzeccata. Rae è modellata sulla Bambola di Carne di Elia Kazan ma, alle peccaminose fattezze post-adolescenziali di Carroll Baker aggiunge una natura insanamente selvatica tale da far pulsare le tempie. E' sicuramente il ruolo più intenso nella carriera di Christina Ricci che è tranquillamente comparabile alla Jennifer Jason Leigh di Ultima Fermata Brooklyn, parimenti devastata dalla vita ma anche pericolosamente sexy. Un pezzo di carne bollente ripetutamente abusato e ridotto ad un fuscello tremolante che implora tra gli spasmi di essere penetrato. E' una dicotomia disturbante quella che porta Rae sullo schermo: un irresistibile oggetto di desiderio in una mise sboccata e lasciva ridotta ad uno straccetto ed un paio di mutandine che trasmette una profonda amarezza per le continue umiliazioni,implicite ed esplicite,da cui è vessata. E' lei il Black Snake Moan del titolo,il "lamento del serpente nero" che la possiede come una tarantolata quando gli incubi ritornano sotto forma di frenesia sessuale:un graffiante e stridulo orgasmo doloroso.

Ah, hush, thought I heard her call my name
If it wasn't so loud and so nice and plain

Nella sua pur breve carriera cinematografica Brewer non ha mai nascosto una sincera passione per la cultura afro-americana(ma il ragazzo è bianco come i palmi di tutte le mani del mondo),non a caso dietro i suoi film c'è anche John Singleton.
Soprattutto la musica nera sembra fornirgli un grande trasporto tanto che ,al di là del tema trattato,Hustle & Flow vantava la presenza di Isaac Hayes,una delle menti funky degli anni '70 oltre che icona blaxploitation soprattutto per quel gioiello che è Truck Turner, come padrino di battesimo(almeno nel mainstream visto che Craig ha all'attivo anche il piccolo Poor & Hungry). Per il ruolo del vecchio bluesman dal cuore spezzato,Laz,la scelta era di lusso:accettano il ruolo sia Morgan Freeman che Samuel L. Jackson. Se il primo era più portato per via del physique du role,”Da Man” aveva dalla sua una storia artistica che non lasciava dubbi. Un personaggio di colore di umile estrazione sociale con una grande fede religiosa,una missione di redenzione e dottrina ed una inamovibile determinazione:vengono in mente Jules di Pulp Fiction,Elijah di Unbreakable ,Mr Garfield di 187 ed una infinità di ruoli affidati sempre allo stesso uomo che non fanno meravigliare se la produzione abbia spinto in una determinata direzione. Quella di Lazarus è una parte quasi biblica,intrisa di cultura conservatrice arcaica,profondamente religiosa come è la mentalità sudista che si incarna allo stesso modo in cui si esprimono i temi classici del blues rurale ed in fondo anche questa pellicola. Da idolo popolare quale è,Samuel Jackson non ha avuto problemi a immedesimarsi in uno stereotipo culturale,conferendogli spessore, arrivando a cantare con la sua voce i pezzi del film. Così,come in una continua ballata,i dialoghi retoricamente altisonanti sembrano semplicemente testi di una lunga piece spiritual di cui le immagini sono il caldo assolo.

You know, I cried last night and all the night before Gotta change my way a livin', so I don't have to cry no more

C'è chi si potrà chiedere come un film con tali elementi exploitation,tra cui una donna mezza nuda tenuta incatenata da un vecchio musicista nero fanatico religioso,possa viaggiare su binari così accomodanti ed atterrare su un terreno più soffice di quello che si poteva presumere. Basta riflettere sul fatto che Black Snake Moan è una blues ballad che,come tutte,poggia su concetti semplici ed universali. Quindi racconta di qualcuno che ama intensamente e ne soffre nonostante tutto,di qualcuno che cerca la redenzione ad ogni costo attraverso azioni opinabili,di qualcuno che trova la salvezza tra le braccia di chi detiene le proprie radici,di qualcuno che continuerà a soffrire ma,alla fine,è più forte perchè sa di non essere più solo. You know, love's a hard ol' fall, make you do things you don't wanna do. Love sometimes make you feel sad and blue...

di Gianluigi Perrone
Soundtrack di Son House e Blind Lemon Jefferson

martedì 16 ottobre 2007

SPECIALE FRANK OZ


Nonostante una non prolificissima carriera come regista,Richard Frank Oznowicz, al secolo Frank Oz, nome chi già di per sé richiama mondi fantastici,
si è ritagliato già un nome nella leggenda Hollywoodiana. I suoi inizi sono per lo più alla corte di Jim Henson, il papà dei Muppets, per il quale anima i pupazzi di Piggy e Fozzie, nonchè altri di Sesame Street. Le sue collaborazioni vanno da Labyrinth a Guerre Stellari per cui è diventato una leggenda. Infatti è lui Yoda, o meglio,la voce del personaggio. Jim Henson lo promuove dietro la camera in Dark Christal per cui fa più che altro una seconda regia dietro le indicazioni del suo mentore. La sua prima regia è The Muppets Take Manhattan, che lo mette nelle condizioni di cimentarsi da solo dietro la macchina da presa, seppur sempre sotto l'egida di Henson. La sua prima vera regia,dell'86, è abbastanza ambiziosa, è il remake e la versione per lo schermo del musical La Piccola Bottega degli Orrori, in cui si cimenta con il cult cormaniano conferendogli ulteriore carica comica. Qui inizia il suo sodalizio con Steve Martin, all'ora attivissimo sia al cinema che in tv, che diventerà un po' il suo attore feticcio. Oz si impone quindi come regista di commedie ma vuole dimostrare di saper girare anche senza pupazzi di torno. Il suo film successivo,Due Figli di...(1988),è una pietra miliare della comicità americana. Remake de I Due Seduttori con Marlon Brando e David Niven, il film è una commedia perfetta che sfrutta le differenti capacità attoriali di Michael Caine e Steve Martin. I due attori sono eccezionali ed il film è per una volta veramente divertente. Intanto presta camei un po' ovunque, specie per John Landis, da Spie come Noi a Blues Brothers,a Una Poltrona per Due. Successivamente ha tra le mani un altro grande comico, Bill Murray, con il quale gioca ancora la carta del dualismo tra due personaggi diametralmente opposti. Lo confronta con Richard Dreyfuss, allora ancora famosissimo, e nonostante le smorfie di Murray è quest'ultimo a dare la prova attoriale migliore. Il film purtroppo non è bissa il successo del precedente. Stessa cosa si può dire per Moglie a Sorpresa (del 92), dove torna con Steve Martin ma la fortuna non sembra arridergli. Il film è banale e stanco e non diverte nonostante Martin ce la metta tutta. Oz torna al cinema per bambini con La Chiave Magica, che, nonostante sia un film non particolarmente popolare, è un'ottima metafora della coscienza del raggiungimento dell'età adulta. Il successo torna con In Kevin Kline e,su toni più leggerei, riesce a divertire il pubblico cercando di mantenere una certa correttezza politica. Il passo seguente è ancora con Martin con Bowfinger, insieme a Eddie Murphy, dove si diverte a farsi beffe delle fisime di Hollywood. Cambio completo di registro nel 2001 in cui gli viene data la regia di un action-suspance con un parco attori che vede Marlon Brando,Robert DeNiro e Edward Norton scambiarsi la staffetta di un ideale primato generazionale. Purtroppo il film non è particolarmente avvincente e Oz ha seri problemi con Marlon Brando che si arroga il diritto di trattare male la gente sul set e prendere per i fondelli Oz sul suo passato come "puparo". Nel 2004 è il turno di un nuovo rifacimento, La Fabbrica delle Mogli di Ira Levin, che esce con il titolo La Donna Perfetta. Nel film dirige Nicole Kidman e,nonostante il film sia un po' freddo e macchinoso raggiunge un certo successo. Esce quest'anno con Funeral Party, una commedia nera in cui ritorna ai fasti di un tempo.

La piccola bottega degli orrori (Little Shop of Horrors, 1986)

Due figli di... (Dirty Rotten Scoundrels, 1988)

Tutte le manie di Bob (What About Bob?, 1991)

Moglie a sorpresa (HouseSitter, 1992)

La chiave magica (The Indian in the Cupboard, 1995)

In & Out (1998)

Bowfinger (1999)

The Score (2001)

La donna perfetta (The Stepford Wives, 2004)

Funeral Party (Death at a Funeral, 2007)

a cura di Gianluigi Perrone

lunedì 17 settembre 2007

SPECIALE SPAGHETTI WESTERN


In occasione della Mostra del Cinema di Venezia, Cangaceiro vi regala una retrospettiva sul cinema Spaghetti Western partendo dai film presentati al Lido fino ai migliori film del genere.

I sette del Texas (Antes llega la muerte) (1964) di Joaquin Luis Romero Marchent

100.000 dollari per Ringo (1965) di Alberto De Martino

Il ritorno di Ringo (1965) di Duccio Tessari Ringo del Nebraska (1965) di MarioBava e Antonio Román

Un dollaro bucato (1965) di Giorgio Ferroni

Django (1965) - Uncut - di Sergio Corbucci

The Bounty Killer (1966) di Eugenio Martin

La resa dei conti (1966) di Sergio Sollima

Navajo Joe (1966) di Sergio Corbucci

Sugar Colt (1966) di Franco Giraldi

Un fiume di dollari (1966) di Carlo Lizzani

Yankee (1966) di Tinto Brass

10 000 dollari per un massacro (1967) di Romolo Guerrieri

El Desperado (1967) di Franco Rossetti

Il tempo degli avvoltoi (1967) di Nando Cicero

La morte non conta i dollari (1967) di Riccardo Freda

Se sei vivo spara (1967) - Uncut - di Giulio Questi

Ognuno per sé (1967) di Giorgio Capitani

Preparati la bara (1967) di Ferdinando Baldi

Tepepa (1968) di Giulio Petroni

Una lunga fila di croci (1968) di Sergio Garrone

La taglia è tua l’uomo l’ammazzo io (1969) di Edoardo Mulargia

Lo chiamavano Trinità (1970) di Enzo Barboni

Matalo! (1970) di Cesare Canevari

Vamos a matar compañeros (1970) di Sergio Corbucci

La vendetta è un piatto che si serve freddo (1971) di Pasquale Squitieri

Il grande duello (1972) di Giancarlo Santi

Il mio nome è Shangai Joe (1973) di Mario Caiano

Una ragione per vivere e una per morire (1973) di Tonino Valerii

I quattro dell’apocalisse (1975) di Lucio Fulci

Keoma (1976) di Enzo G. Castellari


a cura di Gianluigi Perrone

mercoledì 27 giugno 2007

ONCE UPON A TIME IN CINEMA: SPECIAL TRIBUTE TO QUENTIN TARANTINO

Non è un caso che tra i primissimi speciali di Cangaceiro ci sia questo dedicato a Quentin Tarantino. Qusto ragazzo del Tennessee è un po' il padre putativo di una generazione(anzi ormai quasi due)di cinefili,un personaggio che ha riportato in auge il ruolo del regista nel cinema,nel bene e nel male,massificandolo ma dandogli quella giusta importanza che troppo spesso per ignoranza viene tralasciata. Che sia quindi un altro "re degli ignoranti",Tarantino? Direi piuttosto un idolo delle masse ma anche un eroe per chi veramente comprende il suo linguaggio. Infatti se per una parte del pubblico Tarantino è quello che fa i film fichissimi e divertentissimi con tanto sesso,violenza e parolacce,per altri fan Tarantino è "uno di no",un comune superappassionato di cinema che,tutto si può dire tranne che non ami la sua passione. Ha addirittura reso una speranza lavorare per un negozio a noleggio,facendo venire smanie di protagonismo a tanti commessi di Blockbuster ignorantelli. Questo perchè esiste un mondo dietro Tarantino che,paradossalmente è intimo e conoscono in tantissimi. Infatti QT è un ragazzo comune e forse anche banale,lontano anni luci da elucubrazioni complesse e arzigogolii intellettualistici(che qualcuno vorrebbe appioppargli). QT non avrà una scala di sentimenti ipertrofica ma è incredibilmente sensibile ad essi ed ha il potere del linguaggio. Molti critici continuano a pensare che QT sia "quello che copia i film trash" una affermazione che fa raggelare seriamente l'emoglobina per il suo qualunquismo,ma l'immensa mole di nozioni apprese ed immagazzinate da ore di visioni non sarebbero state mai elaborate nella maniera che vediamo in Pulp Fiction o Kill Bill se non vi fosse una innata propensione al linguaggio. Chiamasi anche Talento Espressivo. Solo chi crede nel fattarello in sé può essere così vacuo da polverizzare il cinema di Tarantino in queste parole. Tarantino è prima di tutto uno scrittore e non tanto un generatore di idee(sue o meno)ma un appassionato elaboratore dell'espressione cinematografica attraverso la penna(o la tastiera). Quello è il genio di QT. E quello poi si traduce nell'epicità delle sue immagini per puro mestiere e sensibilità acquisita da una sagace meditazione sul lavoro altrui. Proprio come avviene nel mondo della letteratura sin dai tempi di Erodoto. Quentin Tarantino ha visto in pochissimi film creare un mito e una concezione nuova di vedere i film ed un nuovo tipo di tentativo di emulazione,spessissimo vano. Infatti hanno fallito miseramente i vari registuculi che cercavano di essere cool imitandolo. Perchè loro volevano essere come lui ma non sapevano che lui voleva essere come Chow Yun Fat. Infatti i pochi accostabili al "tarantinesimo" sono registi che non si appoggiano a lui ma che hanno il medesimo background. In primis il "fratello" Robert Rodriguez ma anche Joe Carnahan e Craig Brewer. E non perchè nei loro film si è vista una in mutandine o c'era uno con una pistola di sbieco ma perchè c'è lo stesso amore per l'artigianato del cinema e la capacità di renderlo proprio. Pensare che Tarantino possa aver già dato tutto non è completamente campato in aria e non perchè avesse poco da dire ma perchè le sue opere fino ad ora erano talmente pregne di significato da poter bruciare tutta la vita di un uomo in poco. E' difficile pensare ad una stagione autunnale di Tarantino o ad una continua elaborazione del suo mito. Tarantino è il Jimi Hendrix del cinema e solo un mito può splendere così intensamente di luce propria.

FILMOGRAFIA



1987 - My Best Friend's Birthday

1992 - Le Iene (Reservoir Dogs)

1994 - Pulp Fiction

1995 - Four Rooms - episodio L'uomo di Hollywood (The Man from Hollywood)

1995 - Maternità (Motherhood) - episodio ER

1997 - Jackie Brown

2003 - Kill Bill vol. 1

2004 - Kill Bill vol. 2

2005 - Sepolto Vivo (Grave Danger 1- 2) Episodi C.S.I.

2005 - Sin City Special Guest Director - episodio Un'abbuffata di morte

2007 - Grindhouse segmento A prova di morte(Death Proof)

2007 - A Prova di Morte (Death Proof)

a cura di Gianluigi Perrone

sabato 2 giugno 2007

ONCE UPON A TIME IN CINEMA: SPECIAL TRIBUTE TO ELI ROTH

Nato a Newton (Massachussets) nel 1972, Eli Roth è l’incarnazione del Sogno. Non americano, di nessuna nazionalità, semplicemente del sogno cinefilo di poter un giorno, dopo aver divorato migliaia di film di ogni genere, con particolare predilezione per l’horror, girare un lungometraggio che permetta di raggiungere una non trascurabile popolarità in tutto il mondo. Ebbene, quest’uomo è riuscito in tale impresa, grazie alla propria smodata passione cinematografica e, non ultimo, alla sua innegabile e simpatica paraculaggine. Ma procediamo per ordine, andando a ritroso nel 1979, anno in cui uscì il leggendario Alien, di Ridley Scott. Baby Roth ebbe l’opportunità di vedere tale capolavoro al cinema, e di vomitare letteralmente durante la scena culto del mostriciattolo che se ne esce dalle viscere di John Hurt. L’indimenticabile sequenza fu un’illuminazione per lui, trasmettendogli seduta stante la testarda volontà di creare qualcosa che sortisse il medesimo effetto ad un’intera platea di spettatori. Da lì comincia a girare una sessantina di cortometraggi in Super8, coadiuvato dal fratello minore Gabe (oggi suo aiuto regista e curatore dei contenuti speciali nei dvd), arrivando a frequentare la prestigiosa New York University, in cui si laureerà a pieni voti nel 1994, presentando come tesi un corto da lui realizzato, “Restaurant Dogs”, parodia/omaggio del Reservoir Dogs di Quentin Tarantino. Lo stesso anno inizierà un lungo excursus attraverso i più svariati set cinematografici, portandolo a fare da assistente a Robert Redford per Quiz Show (1994), a John Turturro per “Illuminata” (1998), ma l’esperienza più preziosa si rivelerà essere il lungo rapporto collaborativo con David Lynch, con cui mantenne contatti per sette lunghi anni in procinto di realizzare un delirante e visionario musical di cui poi non si fece proprio nulla. Tale esperienza non passò invano perché nel 2001, dopo aver racimolato il budget di $ 1,500,000 attraverso i più svariati finanziatori ( tra i quali anche una cara zietta), Eli inizia a girare Cabin Fever, un magma ibrido di tutto quanto la settima arte ha inculcato nel suo immaginario, con assoluta precedenza a capolavori exploitation anni ’70 (Last House On the Left su tutti, apertamente citato anche nella colonna sonora), ma soprattutto gli ultra gore degli eighties, da Evil Dead a The Thing, amalgamati da un gusto per l’assurdo in bilico tra una produzione Troma edulcorata (da cui Roth ha forse tratto prezioso insegnamento facendone da comparsa in due film, Terror Farmer e The Toxic Avenger IV), e un Lynch alle prime armi. Il risultato, seppur lungi dall’essere un capolavoro, è originale e sorprendente quanto basta per far gridare al miracolo pletore di horrorofili vecchia scuola, anestetizzati e rincoglioniti da un fottio di epigoni di Scream, e da troppo tempo bramosi di carne e sangue ex novo. Senza contare, poi, l’entusiasmo che scatenerà in Peter Jackson, il quale vi ritroverà l’iconoclastia delle sue stesse prime opere, e soprattutto gli incensi di Quentin Tarantino, che arriverà a definire Roth “il futuro dell’horror”. Grazie a ciò, si innescherà un gran battage pubblicitario, sia via web (inaugurato da Eli stesso, attualmente curatore della sua stessa page su My Space, all’indirizzo www.myspace.com/eliroth) sia attraverso riviste specializzate, il quale porterà Cabin Fever ad essere il più grande successo mai prodotto dalla Lions Gate fino al 2003. Nel 2005, assieme ai registi Scott Spiegel (Intruder), Boaz Yakin (Remember The Titans), Eli fonda la casa di produzione Raw Nerve, la quale sforna come primo film il godibilissimo remake di 2001 Maniacs diretto da Tim Sullivan.Nello stesso anno, con il beneplacito di Tarantino nelle vesti di produttore esecutivo, Eli scriverà e dirigerà Hostel, horror che, beneficiandosi del successo ottenuto dal remake di “The Texas Chainsaw Massacre” (con cui condivide uno dei produttori, Chris Briggs) e di “Saw”, mescola senza soluzione di continuità il gusto per l’orrido mainstream oltreoceanico, impreziosendo il tutto con un pizzico di cattiveria visiva plasmata da film orientali attuali, come “Audition” di Takashi Miike ( lo slow burning dello svolgimento dei fatti, e il vedo/non vedo per i dettagli) e “Sympathy for Mr.Vengeance”. Inoltre non viene tralasciata una forte dose di critica sociale, scambiata dai più per superficialità tutta “boobs and gore”, ma di questo se ne parlerà dopo. Nonostante le controversie scatenate da “Hostel”, il nome di Roth è sempre più brillante tra le stelle rosso sangue del firmamento gore contemporaneo, assieme a quelle di Rob Zombie (House of the 1000 Corpses, The Devil’s Rejects), Neil Marshall (Dog Soldiers, The Descent), Edgar Wright (Shaun of the Dead, Hot Fuzz), Greg McLean (Wolf Creek), James Wan (Saw, Dead Silent) e Darren Bousman (Saw II, Saw III), tutti appartenenti al club denominato “Splat Pack”. Roth vanta numerosi fans, ma anche schiere di detrattori che odiano i suoi film e lo vorrebbero morto (“Davvero non capisco coloro che mi vogliono morto perché detestano quello che faccio, additandolo come troppo malato e violento…se non vi piacciono gli horror, non guardate i miei film, e lasciate che continui a vivere felice e contento, e che cazzo!”, ha dichiarato più volte il cineasta. Tutto questo non gli ha impedito di realizzarne un sequel di prossima uscita ( il promettente Hostel:Part II, sugli schermi italiani il 22 Giugno), contemporaneamente a quello che con tutta probabilità è il fake trailer più essenziale e divertente contenuto nella double feature di “Grindhouse”, “Thanksgiving”, 3 minuti di orgasmica e tardo adolescenziale retrospettiva dello slasher anni ’80 (Halloween 2, Prom Night, Cutting Class,ecc.), con una simpatica vena di sessualità malata ed esplicita (tenuta a freno a stento nei lungometraggi, per cause di forza maggiore) attribuibile ad un nipotino di John Waters appena appena più timido.
Lo si odi o lo si ami, Eli Roth avrà tante sorprese da riservare in un prossimo futuro: la sua abile e accattivante destrezza nel catalizzare l’attenzione su di sé, da parte di riviste, tv, web, l’innata e instancabile dote nel riuscire ad attingere a piene mani da un cinema anacronistico (l’exploitation anni ’70, lo slasher degli eighties, ecc.), reso più appetibile e fruibile per le nuove generazioni, senza scendere a compromessi troppo patinati ed MTV style, lo rendono quanto meno degno di attenzione. Senza scordare che è (o meglio, è stato) uno di noi…
“E’ bizzarra tutta l’attenzione e la popolarità che giorno dopo giorno ricevo. In fondo, fino all’altro ieri ero il classico movie goer che macinava centinaia di chilometri in macchina, con lo scopo di arrivare ad una convention, e fare la fila per ottenere l’autografo di Kane Hodder (il Jason di svariati Friday the 13th).”

FILMOGRAFIA

2002 - Cabin Fever

2005 - Hostel

2007 - Fake Trailer Thanksgivin'

2007 - Hostel 2

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Speciale a cura di Francesco Furlotti